L’origine dell’escape room: dagli Etruschi ai bar di Tokyo

Quando si pensa all’origine delle escape room, solitamente il riferimento è Takao Katoe che iniziò nel 2008 a creare sfide di gruppo seminando indizi ed enigmi nei bar di Tokyo. Sebbene non si sappia molto di lui le motivazioni che lo avrebbero portato a inventare questo gioco sono, invece, chiare: “Mi chiedevo perché le cose interessanti non fossero mai accadute nella mia vita, come accadeva nei libri. Ho pensato di poter creare la mia avventura, una storia, e poi invitare le persone a farne parte.” La sua passione per i romanzi e i manga portò questo nuovo format al successo dapprima in Asia, conquistando Pechino, Shanghai e Singapore, dopodiché, grazie ad un amico, Takao conquistò anche gli Stati Uniti aprendo la prima stanza a San Francisco. L’idea iniziò a diffondersi e ben presto nacquero esperienze simili in tutto il mondo. In Europa l’approdo risale al 2011 in Ungheria e nel 2015, finalmente, a Torino, in Italia. Tuttavia, la connessione tra gioco e fuga è ben precedente, anzi, risale addirittura all’origine stessa dei giochi.

Nella sua teoria circa l’origine del popolo etrusco, Erodoto descrive la nascita del gioco dei dadi, di chi li abbia inventati e, soprattutto, del perché l’abbia fatto. Il racconto è ambientato in Lidia, un’antica regione collocata in Asia minore (Anatolia) nelle attuali province turche di Manisa e Smirne, quando, al tempo di re Atis, si verificò una grave carestia. Inizialmente il popolo, rimasto senza cibo, resistette ma, visto che la situazione non cambiava, fu costretto a trovare delle soluzioni alternative. Decise, dunque, di utilizzare gli astragali delle pecore come dadi a quattro facce, inventando un gioco dalle regole semplici: da lì in avanti avrebbero alternato un giorno per giocare ai dadi, un giorno per mangiare e così via. La partecipazione collettiva ai giochi riuscì a distrarre la popolazione al punto da non sentire la mancanza di cibo per giornate intere e in questo modo la popolazione riuscì a sopravvivere per altri diciotto anni. Trascorso questo tempo, dal momento che la situazione continuava a restare immutata, re Atis decise di giocare la sua ultima mossa. Divise il popolo a metà, sorteggiando poi quale delle due parti sarebbe restata in Lidia e quale, invece, sarebbe partita alla ricerca di un’altra terra. Coloro che rimasero, con a capo lo stesso re Atis, continuarono a vivere grazie alle risorse disponibili. Il figlio di Atis, Tirreno, scese verso il mare con la popolazione rimanente e, dopo aver costruito delle imbarcazioni, navigò fino alla costa occidentale della penisola italica, dove riuscì a fondare una nuova civiltà, quella, appunto, degli Etruschi.

Nonostante gli esperti continuino a cercare prove che attestino l’esistenza della carestia e dei collegamenti genetici tra Etruschi e Lidi, come per tutti i racconti di Erodoto, anche in questo caso non possiamo essere sicuri della sua veridicità. In ogni caso, ciò che ci interessa, non è tanto il fatto storico in quanto tale, bensì il ruolo del gioco nell’intera vicenda. Il racconto ha un linguaggio fortemente metaforico ed evocativo e la carestia a cui si fa riferimento potrebbe rappresentare qualunque tipo di minaccia contro la quale, come nel caso di una pandemia, l’uomo può disporre di ben pochi strumenti: da un lato la ricerca, per scoprire tecniche adeguate a sconfiggere il male; dall’altro l’attesa, nella speranza di contenere il fenomeno e limitare i danni. L’invenzione del gioco dei dadi, in un primo momento, rappresenta proprio questo: l’utilizzo delle risorse già a disposizione per creare un modo nuovo di passare il tempo, tenendo occupato il corpo e la mente al fine di non sentire la fame e di non farsi prendere dallo sconforto. Un gioco per fuggire la sofferenza. È l’epilogo della vicenda, tuttavia, a mostrare il lato più interessante di questa invenzione. Il tempo passato a giocare non è un tempo perso. Possiamo immaginare, infatti, che diciotto anni di partite a dadi abbiano permesso ai Lidi di sviluppare competenze e abilità per trovare soluzioni ai problemi. Le stesse capacità che permisero a Tirreno e i suoi di portare a termine un lungo viaggio e salvare così la loro cultura.

Basta un po’ di fantasia, quindi, per credere che le escape room non solo siano un’invenzione più antica di quanto si pensi, ma anche che, in qualche modo, possono essere considerate il primo gioco ad essere stato creato.  

Riferimenti